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L’OTTIMISMO E GLI EFFETTI SULLA SALUTE

Prima di essere compreso entro la psicologia scientifica ed essere diventato un costrutto rigoroso, l’ottimismo derivava dal senso comune e presentava numerose aree di “indeterminatezza concettuale” e di “vaghezza teorica” (1); nonostante ciò sia stato superato, il dibattito che prova a determinare se ottimismo e pessimismo siano una o due dimensioni psicologiche è ancora attuale.

Al fine di operare una sistematizzazione concettuale, Anolli e Realdon fanno una prima differenziazione fra ottimismo realistico e ottimismo irrealistico; mentre il primo è una prospettiva che auspica risultati positivi nella vita, ma sa fare i conti con i vincoli e i feedback sociali, il secondo è prettamente ingenuo, illusorio ed è considerato un atteggiamento disadattivo che, inducendo visioni distorte della realtà, può produrre anche effetti negativi per la salute.

All’interno dell’ottimismo realistico viene posta un’ulteriore distinzione, fra l’ottimismo disposizionale e quello attribuzionale. Per gli autori, il primo consiste in una disposizione mentale ad attendersi futuri eventi realisticamente favorevoli e le avversità sono considerate come ostacoli che possono essere affrontati e gestiti con una buona probabilità di riuscita. Ciò induce l’individuo a una disposizione positiva verso il futuro e ad avere un atteggiamento di persistenza e di resilienza di fronte ai contesti negativi che gli si potrebbero presentare. Per descrivere il secondo tipo di ottimismo realistico, l’ottimismo attribuzionale, Seligman (2) parte dal concetto di “learned helplessnes” o impotenza appresa, ovvero quel particolare atteggiamento rinunciatario di coloro i quali, in seguito a ripetuta esposizione a situazioni incontrollabili, credono di non aver alcun potere su ciò che accade loro.

Questi studiosi proposero un “modello esplicativo” dell’ottimismo che si fonda sullo stile cognitivo di spiegazione degli eventi negativi (1), ma, a differenza di quello disposizionale, è malleabile in quanto può essere acquisito nel corso della vita e modificato dall’esperienza soggettiva (3). Entrambi i tipi di ottimismo sono raffigurati come al polo opposto di un continuum, dove sono contrapposti agli omologhi contrari: il pessimismo disposizionale che tende a prefigurarsi il futuro come denso di eventi sfavorevoli (4) e il pessimismo come stile attribuzionale/esplicativo (5).

Di questo ultimo avviso è Seligman (3), che resta uno strenuo sostenitore dell’ottimismo appreso e della convinzione che da pessimisti si possa diventare ottimisti attraverso specifici training, forme di coping emotivo e incremento di autostima e fiducia. Altri studiosi sollevano dubbi in merito a queste conclusioni, anche a partire dalle premesse: Norem e Chang (6), ad esempio, considerano pessimismo e ottimismo come due costrutti distinti facenti parte di due dimensioni unipolari, dove al capo opposto del pessimismo si situa l’assenza di pessimismo e non l’ottimismo.

Definite le distinzioni, per Anolli e Realdon (1) l’ottimismo correla con le emozioni positive, con l’estroversione e l’attività sociale e sarebbe caratterizzato dalla fiducia, dalla focalizzazione sui compiti, dall’adozione di modelli di pensiero flessibili e da strategie di coping emotivo centrato sul problema. Le persone realisticamente ottimiste da questa loro disposizione generale traggono benefici che hanno effetti sul piano biologico, sociale e psicologico. Per gli autori l’ottimismo influenza direttamente sia il sistema endocrino, attraverso la produzione di catecolamine (quali l’adrenalina, la noradrenalina e la dopamina), sia il sistema psiconeuroimmunitario, tramite l’incremento di leucociti (fra cui le “cellule natural killer”) e il mantenimento di livelli adeguati di citochine (molecole proteiche in grado di indurre le cellule ad attività come crescita, differenziazione e morte).

Diversi studi confermano l’evidenza che l’ottimismo sia considerabile come un potente fattore di longevità (7). Inoltre è stato rilevato come l’ottimismo dia una maggiore resistenza allo stress generato dalle malattie, aumentando le possibilità di affrontare in modo decisamente più efficace condizioni fisicamente e psicologicamente provanti, come, ad esempio, quelle che sono imposte dalle patologie oncologiche. In una ricerca svolta su donne affette da cancro al seno è risultato che le pazienti ottimiste, rispetto a coloro che hanno un approccio pessimista alla malattia, affrontano l’operazione chirurgica con minore distress e dimostrano un grado di adattabilità ed una compliance maggiore verso i trattamenti successivi, anche i più invasivi (8). Altre evidenze mostrano, ad esempio, che le persone ottimiste hanno un minor rischio di riospedalizzazione dopo l’intervento chirurgico di bypass e sono a minor rischio di mortalità (9-10).

L’area dell’ottimismo è estremamente vasta e ricca di studi che nel corso degli anni hanno affrontato il tema in tutte le sue declinazioni, ed una elencazione, oltre ad essere involontariamente incompleta, si allontanerebbe dall’interesse di questo articolo. L’aspetto che si vuole qui sottolineare è l’impatto globale che la visione ottimistica ha su tutto ciò che concerne la vita dell’individuo, in quanto l’ottimismo pesa in modo determinante sulla qualità della vita soggettiva. Fra gli effetti dell’ottimismo vi è la promozione di emozioni positive come la gioia, la contentezza, la serenità, la soddisfazione, l’allegria, la curiosità; “l’ottimismo favorisce l’apertura mentale delle persone” poiché implica la possibilità di “affrontare e valorizzare le situazioni di incertezza” (1). Osservando il versante opposto, Seligman (3) sottolinea che “le persone con abitudini di pensiero pessimistiche possono trasformare semplici avversità in disastri”, malattie in situazioni insormontabili, la vecchiaia come un periodo della vita privo di aperture e nel quale non ci sia nessuna sorta di controllo; lo stile esplicativo ottimistico “interrompe”, dunque, questo stato di impotenza appresa.

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